Ritornano ogni anno a Rimini per svolgere incarichi faticosi spendendo di tasca propria. «È un gesto che i miei modelli scientifici non riescono a giustificare», ammette Salvatore Abbruzzese. L'intervista
28.09.2026
Alessandro Vergni
«Come sociologo posso spiegare il
Meeting in tanti modi, ma il gioco si rompe nel momento in cui mi imbatto nelle
facce dei volontari». Al termine della giornata di Meeting culminata nella
visita di Leone XIV, ho raggiunto alcuni amici per cena e a tavola mi ritrovo
accanto a Salvatore Abbruzzese, sociologo e professore emerito dell’Università
di Trento. Quella sua frase accende in me, volontario dai tempi
dell’università, il bisogno di fare chiarezza rispetto a due rischi che sento
in agguato ogni volta che penso al Meeting: il ritenere quello che accade in
quella settimana tutto sommato normale e, altrettanto subdola, la tentazione di
etichettare sbrigativamente la questione con la categoria del miracolo. Il
dialogo con Abbruzzese è continuato qualche giorno dopo.
Cosa intende quando sostiene
che vedendo i volontari «il gioco si rompe»?
Le faccio una premessa: il mio
approccio allo studio dei fenomeni è di tipo individualistico razionale,
presuppone cioè che il soggetto dell’azione abbia sempre delle ragioni. Anche
quando queste sono incomprensibili o viziate da pregiudizi, presumo sempre che
il soggetto sia cosciente, che non agisca mai per istinto, specialmente nel
caso in cui si tratti di azioni complesse, articolate, che prevedono una
programmazione e un impegno. Nel caso di chi va a fare il volontario al
Meeting, mi viene da dire che una delle prime ragioni che giustificherebbero
una tale scelta sia la certezza di incontrare altri ragazzi della stessa età,
il che è già un valore aggiunto importantissimo per quella fascia
generazionale.
Basta questo per giustificare
questa partecipazione entusiastica?
Qui comincia il vero problema. Il
fatto che siano contenti, per quanto possa rivelarsi interessante a un primo
livello sociologico, ancora non spiegherebbe sufficientemente il fenomeno. Si
potrebbe allora ipotizzare che ciò che li attrae sia una convenienza. Anche
qui, però, occorre scavare, perché di che tipo di convenienza parliamo? Questi
ragazzi non solo vanno a lavorare gratis, ma pagano anche per farlo: spendono
di tasca propria per viaggio, alloggio, vitto. È una forma di volontariato
pieno, dove l’impegno è totale. A 17-18 anni è capitato anche a me di fare
esperienze di volontariato partecipando a campi di lavoro, ma avevamo vitto e
alloggio pagati; l’aspetto dell’incontro con i miei coetanei prevaleva
giocoforza sul resto. I ragazzi del Meeting, invece, compiono sforzi epici che
probabilmente altri non farebbero nemmeno se venissero pagati. E, in aggiunta,
pagano per farlo. La cosa non è immediatamente comprensibile. Nel mondo del
lavoro retribuito non esiste una capacità di slancio, di fedeltà, di
entusiasmo. Sono tutte qualità aggiunte che non sono monetizzabili.
Che cosa avrebbero da
guadagnare i ragazzi che stanno tutto il giorno sotto il sole ai parcheggi,
nelle cucine della ristorazione, che fanno le pulizie o altri servizi?
C’è un valore aggiunto che può
essere il risultato solamente di una volontà personale e che non è
retribuibile. Nel corso della mia vita professionale mi è capitato spesso di
incontrare staff di persone che svolgevano servizio di assistenza nei convegni,
segretarie e collaboratori quanti ne vuole, ma a Rimini c’è una misura in più
di umanità che non è comprensibile. Ed eccoci al punto cruciale: per provare a
comprenderli devo entrare in una strana stanza, quella della gratuità. È qui
che per il sociologo la cosa si fa più difficile.
E che il gioco inizia a
rompersi?
Ci vanno un anno, poi ci tornano
l’anno successivo, poi quello dopo ancora: insistono. Per uno che fa il mio
mestiere il gioco della comprensione delle ragioni inizia a farsi interessante
perché in questo campo il conto della pura razionalità monetizzabile non torna
più, la tenuta della teoria della scelta razionale della quale parlavo
all’inizio non regge.
Qual è l’ingrediente segreto
che spiega questa coazione a ripetere?
Ho provato a ipotizzarne diversi:
un ritorno di prestigio nella comunità di appartenenza? Ma l’aver fatto il
volontario al Meeting non costituisce una medaglia al valore. È un’esperienza
bella che si condivide con gli altri, ma non c’è alcun premio aggiuntivo, se
vogliamo fermarci alla situazione del volontario. A me sembra che la cosa che
resta, cioè il vero vantaggio, si produca nella dimensione relazionale, cioè
nell’esperienza della relazione e nell’arricchimento dell’impegno condiviso. Se
lei sta tutto un pomeriggio d’agosto in un parcheggio gratuitamente, con i suoi
amici, è chiaro che lo fa perché sa che quelle persone sono animate dal suo
stesso slancio di gratuità e sa quindi di poter contare su uno spazio di
condivisione che c’è a priori.
A che tipo di condivisione fa
riferimento? Non è quello che accade anche in altri festival? Penso ai tanti
eventi culturali estivi o a quelli di matrice politica.
Se quel giovane sta lì, è perché
in qualche modo ha condiviso con gli altri una domanda ed è questo che offre
l’elemento mancante in altri settori. In altri ambiti vi si potrebbe arrivare,
forse, ma con molta più difficoltà. La relazione è il vero elemento che li
arricchisce. Al Meeting la posta in gioco è esclusivamente a questo livello,
che è poi quello dell’incontro come valore. Ed è il passaggio dallo spazio
politico a quello religioso a consentirlo. Entriamo pertanto in un contesto al
tempo stesso estremamente delicato e complicato. Lo dico avendo frequentato,
pur se per un breve periodo, anche gli ambienti movimentisti degli anni
Sessanta e Settanta. La dimensione della condivisione del progetto politico era
(ed è) enormemente inferiore rispetto a quella della domanda religiosa. Nel
primo caso c’è un progetto da condividere, nel secondo una memoria di
riferimento, l’unica memoria che conta: quella dell’Incarnazione. Non ho parole
più chiare per definire quella domanda esistenziale che coincide con lo strappare
improvvisamente il velo.
«L’adulto che viene come
volontario al Meeting è il testimone di una storia»
(continua su tracce.it)
