martedì 4 agosto 2026

Karl Adam, Gesù il Cristo


 


M.Konrad. Sacerdote della Fraternità San Carlo e teologo

Karl Adam è un pensatore decisamente anti-riduzionista che detesta gli unilateralismi. Descrivendo la vita di Gesù, molti autori insistono sul fatto che Gesù era veramente uomo, mentre altri si danno da fare per esaltare la Sua divinità. Per Adam invece il vero problema consiste nel tener insieme i due aspetti: «Il mistero del Cristo non consiste solo nel fatto che Egli è Dio, ma specialmente in questo, che Egli è “Uomo-Dio”».

 

Quando Karl Adam pubblicò nel 1934 Gesù il Cristo, il libro diventò subito un best-seller e uscì in molte lingue. In Italia venne tradotto a Venegono Inferiore quando Luigi Giussani vi dimorò come seminarista. Giussani stesso conosce bene Adam e lo cita soprattutto per la sua intuizione che non si possa separare la Chiesa da Cristo, né Cristo dalla Sua Chiesa: la Chiesa è la continuazione della vita di Cristo tra noi. Mi sono chiesto quale effetto possa avere avuto la lettura di Gesù il Cristo sul giovane seminarista. Ho trovato, nella descrizione del carattere di Gesù, pagine che fanno subito pensare anche a Giussani; per esempio, quando Adam parla del «fuoco d’una santa passione» per la verità di Gesù. Tale passione virile si accompagna in Gesù allo stesso tempo a un amore «talmente incomparabile e singolare, talmente tenero, materno e pronto al sacrificio, che rimase scolpito per sempre nei ricordi dell’umanità». Per noi è spesso difficile conciliare lo zelo per la verità con l’amore al prossimo. Tanti intervengono in nome della difesa della verità in modo irruento senza guardare in faccia il prossimo con i suoi problemi concreti. Altri, invece, volendo essere misericordiosi, fanno degli sconti sulla verità perché la ritengono disumana e non desiderabile. In Gesù invece queste due passioni trovano il loro punto di unità nel suo rapporto con il Padre, nella sua preghiera che è “il principio vitale della sua esistenza”.

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domenica 2 agosto 2026

De Wohl: Davide di Gerusalemme


 

Il destino del re in mano a Dio

Il Davide di Gerusalemme di Louis De Wohl è un eroe nel quale identificarsi nel bene e nel male, qui e ora. Nell’eterno presente dell’avventura. La recensione da Tracce di luglio-agosto

 

Andrea Fazioli

Scrittore e giornalista

La Bibbia è anche un romanzo di avventura. Purtroppo di rado apprezziamo la suspense, forse perché siamo abituati a vedere le parole del libro sacro attraverso un velo di riverenza. Per questo è utile leggere Davide di Gerusalemme. È come se il romanzo biblico fosse una gamba ingessata e costretta all’immobilità: tolto il gesso, riscopriamo il movimento plastico e dinamico della pura narrazione.

 

Al di là degli episodi più noti, mi colpisce la prima parte del percorso di Davide: in esilio tra deserti, boschi e caverne, la sua figura è quella di un rivoluzionario. In effetti la Bibbia dice che Davide diventò il capo di «quanti erano nei guai, quelli che avevano debiti e tutti gli scontenti» (1Sam 22,2) e che poi «andò a dimorare nel deserto in luoghi impervi, in zona montuosa, nel deserto di Zif» (1Sam 23,14). De Wohl coglie lo spunto con la maestria di un vero affabulatore, precisando che Davide conosceva bene il deserto e che «sapeva dove trovare le sorgenti e il riparo di una grotta». È proprio da questo deserto, che si trova nell’estremità meridionale di Giuda, vicino al Mar Morto, che Davide comincerà la sua ascesa al regno, fatta di agguati, battaglie, scene madri, colpi di scena, duelli, momenti di tensione narrativa.

 

Il miracolo accade quando, leggendo, ci dimentichiamo di avere già sentito queste storie. Ecco Davide e Abisài che strisciano fra le sentinelle addormentate, penetrano nella tenda del re Saul, che ha giurato la morte di Davide. Il grande Saul dorme, è vulnerabile… è perduto. «Ora gli trapasso il cuore con la sua stessa lancia», esclama Abisài. Ma Davide gli trattiene il polso. «Mai», dice fra i denti. E Abisài non comprende: «Ma… allora perché siamo qui?». Davide non parla, agisce: sa che un nemico risparmiato vale più di un nemico ucciso e che la forza maggiore è quella che non esercita il suo potere. I due prendono la lancia e di soppiatto escono dall’accampamento. Sapevo già come finiva questo episodio eppure, nel momento in cui l’ho riletto, per un attimo anch’io come Abisài mi sono chiesto: ma che fa, ma che vuole questo Davide?

(...) clonline 


venerdì 31 luglio 2026

Quel sorriso che ha conquistato il mondo


 

La storia di suor Cecilia María, carmelitana argentina morta a 42 anni nel 2016 e di cui è in corso la causa di canonizzazione. E di un’immagine che, dieci anni dopo, continua a interrogare credenti e no, scattata pochi istanti prima dell’ultimo respiro

 

29.07.2026

Roberto Beccaria (clonline)

Ci sono fotografie che raccontano un avvenimento. E poi ce ne sono altre che continuano a generare domande. Quella che vedete qui sopra appartiene a entrambe le categorie e spiega perché, a distanza di dieci anni, continua a circolare, virale, sul web. L’immagine ritrae una giovane carmelitana argentina, suor Cecilia María, distesa in un letto d’ospedale. Ha il volto scavato dalla malattia, un tumore alla base della lingua che pochi istanti dopo lo scatto la porterà alla morte, a soli 43 anni. Eppure lei sorride. Non è un sorriso costruito, né un gesto di coraggio esibito. È il sorriso disarmante di chi sembra abitare già in un luogo diverso da quello che tutti vedono.

Quell’immagine risale al 23 giugno 2016 e ha già percorso il mondo in lungo e in largo più volte. Migliaia, poi milioni di persone l’hanno condivisa sui social, tanto che suor Cecilia María del Volto Santo è diventata, quasi suo malgrado, «la suora del sorriso». Oggi, mentre la Chiesa ha avviato la sua causa di beatificazione, quella fotografia continua a interrogare credenti e non credenti. Non perché racconti una morte edificante, ma perché sembra custodire un segreto. E la risposta non si trova nell’ultimo istante della sua vita, come se fosse un fatto eccezionale, ma nel cammino che l’ha preparato. Come accade per ogni santo.

Cecilia Sánchez Sorondo nasce nel 1973 a San Martín de los Andes, ai piedi della Cordigliera. È la seconda di dieci figli. La vocazione arriva tra i banchi del liceo, grazie a un insegnante che le fa scoprire santa Teresa d’Avila. Ma non è una chiamata lineare: negli anni successivi a quel primo pensiero, Cecilia cambia università, entra in un Carmelo, ne esce dopo pochi mesi, attraversa dubbi, incertezze e attese. Quando intuisce che il Signore la vuole nel monastero di Santa Fe, le viene chiesto di aspettare ancora: prima dovrà conseguire il diploma da infermiera. Obbedisce. Solo nel dicembre 1997 entra finalmente e definitivamente nel Carmelo, dove emetterà la professione solenne sei anni più tardi.

Chi l’ha conosciuta racconta che era una donna piena di vita, appassionata di musica, tenace e dal carattere non facile. Non la santità levigata che spesso immaginiamo, ma una persona continuamente alle prese con il proprio temperamento. Nei suoi scritti ritorna spesso la lotta contro l’orgoglio, l’impazienza, il desiderio di fare a modo proprio. La sua grande scoperta non è stata quella di diventare finalmente perfetta, ma di lasciarsi amare proprio dentro quella fragilità. Non è un caso che arriverà a scrivere che Gesù le ha insegnato ad accogliere con tenerezza i propri limiti: «Ho trovato Cristo nella mia debolezza».

Per questo, quando nel dicembre 2015 le viene diagnosticato il tumore, le sue prime parole sorprendono perfino le consorelle: «Il Signore ha scelto per me e io ho detto: Fiat». Non è rassegnazione. È il frutto di un esercizio quotidiano di fiducia, di fede. E pochi giorni dopo la terribile diagnosi aggiunge: «Chiedo a Gesù di trasformarmi in un vero piccolo agnellino, affinché io possa essere come Lui: obbediente fino alla morte». La malattia diventa così il luogo in cui tutto ciò che aveva imparato, vissuto e incontrato negli anni prende definitivamente corpo.

Seguono sei mesi durissimi. Radioterapia, chemioterapia, interventi chirurgici. Suor Cecilia María presto non può quasi più parlare, né mangiare. Ma non vuole rinunciare alla messa quotidiana e a ricevere l’Eucarestia. Per accontentarla, il cappellano gliela amministra sotto la specie del vino consacrato, con un contagocce. E le sue consorelle per prime rimangono colpite non tanto dalla sua capacità di sopportare il dolore, quanto dalla serenità con cui continua a guardare gli altri. Le sue sofferenze le offre «per l’unità dei cristiani, del Carmelo e perché tutta la Chiesa sia culla di verità, tenerezza e misericordia».

È qui che il suo sorriso smette di essere un fenomeno che semplicemente colpisce e incuriosisce e diventa una vera e propria provocazione. Perché noi siamo spesso abituati a pensare che la gioia sia la ricompensa di una vita riuscita, di un corpo sano, di un progetto realizzato. Mentre suor Cecilia María racconta l’esatto contrario. La sua gioia cresce mentre tutto, umanamente, si restringe. Non diminuisce il dolore, cambia il luogo da cui lei lo guarda.

 

«Bisogna essere umani fino in fondo per incontrare Cristo»

 

Un giorno, ormai del tutto incapace di parlare, scrive sul quaderno una frase destinata a diventare il suo testamento spirituale: «Bisogna essere umani fino in fondo per incontrare Cristo». La priora le chiede che cosa significhi. Lei risponde con semplicità: «Cadere e rialzarmi, accettando la mia povertà». È una definizione della santità lontanissima da ogni perfezionismo morale. Essere santi, sembra dire, non significa non cadere mai, ma smettere di difendersi dalla propria debolezza e lasciare che sia proprio lì a manifestarsi la presenza di Dio.

Forse è questo il motivo per cui quella fotografia di una suora pressoché sconosciuta, sorridente sebbene in fin di vita, continua a circolare anche tra non credenti. In un tempo, il nostro, che vorrebbe cancellare la malattia, nascondere la vecchiaia e che considera la dipendenza una sconfitta, il volto di questa giovane carmelitana racconta ancora una volta che la dignità dell’uomo non coincide con la sua efficienza. Perché il sorriso di suor Cecilia María non nasce dalla sua forza di volontà, ma dalla scoperta che nessuna fragilità è abbastanza profonda da impedire a Cristo di raggiungere una persona. Come ha lasciato scritto durante la sua breve vita e come si può leggere sul sito (hermanaceciliamaria.org) che racconta la sua storia, anche attraverso le foto, e raccoglie le testimonianze di chi ha già ricevuto grazie per sua intercessione.

(...)

È la domanda che continua a porre quella fotografia. Ed è probabilmente il motivo per cui, a quasi dieci anni dalla sua morte, milioni di persone continuano a fermarsi davanti a quel sorriso. Forse per cercare di capire che cosa - o meglio, Chi - possa rendere così lieta una persona mentre tutto, agli occhi di chi rimane, sembra esserle tolto.

 


venerdì 24 luglio 2026


video a cura dell'editore Laterza

https://youtu.be/xqk6mNKp4v4?si=05stVxWE3xhjzLQU

https://youtu.be/xqk6mNKp4v4

Houellebecq: «C’è in gioco il destino della nostra civiltà»


 

Lo scrittore francese, laico e spesso provocatorio, è intervenuto con un saggio contro la legalizzazione dell’eutanasia nel suo Paese: «È la modernità che distrugge sé stessa sotto i nostri occhi»

 

24.07.2026

Maria Acqua Simi

Anche Michel Houellebecq, poco prima del voto dell’Assemblea nazionale francese, era entrato nel dibattito sul fine vita. Lo scrittore francese, laico e spesso provocatorio, ha scelto di intervenire contro la legalizzazione dell’eutanasia in Francia con un saggio dal titolo eloquente: L’eutanasia dell’Occidente, pubblicato su UnHerd e Le Figaro. Non si tratta di un testo confessionale o di una riflessione bioetica in senso stretto, ma di un j’accuse contro quella che considera la deriva culturale di una civiltà che, nel momento in cui autorizza l’uomo a procurarsi la morte, finisce per desiderare inconsapevolmente anche la propria.

 

«Da diversi anni combatto contro l’eutanasia, mentre cresce in me la convinzione di combattere una battaglia già persa». Eppure non smette di farlo. Per Houellebecq il problema non riguarda soltanto il fine vita, ma il destino dell’intera civiltà occidentale. Richiamando la celebre battuta attribuita a Gandhi – «Che cosa pensa della civiltà occidentale? Credo che sarebbe un’ottima idea» – osserva che oggi parlare di “civiltà occidentale” significa «nascondersi dietro una parola altisonante». La sua diagnosi è drastica: «In fondo lo sappiamo tutti, anche se è difficile ammetterlo: la partita è finita».

 

La crisi, però, non coincide semplicemente con il tramonto del cristianesimo. Nemmeno le società asiatiche più avanzate sembrano sfuggire allo stesso destino: il crollo demografico di Giappone, Corea del Sud e Cina è il segno che «è la modernità stessa, nel suo complesso, a distruggere sé stessa sotto i nostri occhi». L’eutanasia diventa così il simbolo di una civiltà che non riesce più a desiderare la vita. Citando Yeats – «Le cose crollano; il centro non regge» – descrive un’Europa in cui gli argini cadono uno dopo l’altro e dove, una volta introdotta l’eutanasia, le condizioni per accedervi tendono progressivamente ad ampliarsi.

 

Per Houellebecq il problema non riguarda soltanto il fine vita. L’eutanasia è diventata il simbolo di una civiltà che non riesce più a desiderare la vita

 

Il cuore del saggio è però la critica all’argomento più utilizzato dai sostenitori dell’eutanasia e cioè quello di garantire una morta dignitosa. «Tutti gli argomenti – scrive – si riducono a uno solo: la dignità. Ma questa parola è stata usata così tante volte e in modo così perverso che è ormai difficile comprenderne il significato». Secondo Houellebecq, infatti, l’idea contemporanea di dignità coincide ormai con l’autosufficienza. La frase ricorrente – «Non avrebbe sopportato di ridursi a un vegetale» – rivela a suo dire una concezione utilitaristica dell’essere umano. Con una delle sue tipiche provocazioni osserva: «L’affermazione sarebbe più convincente se potesse essere completata così: “Avrebbe odiato ridursi a un vegetale, avrebbe preferito essere un cadavere”».

 

Dietro questa retorica si nasconde un’antropologia nella quale il valore della persona oggi dipende dalle sue prestazioni: bisogna essere produttivi, autonomi, capaci di comunicare. Chi non riesce più a farlo perde progressivamente la propria dignità sociale, in contrasto perfino con Kant, che aveva affermato che l’uomo deve essere sempre trattato «come un fine e mai semplicemente come un mezzo».

 

Per secoli la dignità derivava semplicemente dall’essere uomini; oggi, invece, «la dignità è diventata qualcosa che si consuma progressivamente dentro di noi; la nostra vita è vista come un processo di deterioramento e siamo costretti a giustificare la nostra esistenza in ogni momento».

 

Per secoli la dignità derivava semplicemente dall’essere uomini; oggi, invece, «la dignità è diventata qualcosa che si consuma progressivamente dentro di noi

 

Da qui una delle intuizioni più originali del saggio: il nichilismo non ha più il volto cupo immaginato da Nietzsche o Dostoevskij, ma uno rassicurante e seducente. Emblematica è, per Houellebecq, la campagna pubblicitaria All Is Beauty del marchio canadese Simons, che raccontava l’eutanasia come un’esperienza di armonia e bellezza. «Non è oscuro né tenebroso. È colorato, perfino allegro», scrive, denunciando una cultura che rende desiderabile la morte.

 

Richiamando poi il caso di Vincent Lambert (un infermiere francese il cui drammatico conflitto familiare sul diritto a vivere o morire divenne un caso nazionale nel 2019), racconta anche l’episodio di una donna rimasta in silenzio per decenni che durante una visita inattesa ricominciò improvvisamente a parlare. Il medico, stupito, le spiegò che per anni aveva cercato invano di stabilire un contatto con lei. La donna rispose: «Quello che avevate da dirmi non era poi così interessante». Da questo aneddoto il grande intellettuale trae una conclusione semplice: il silenzio non equivale necessariamente all’assenza di vita interiore e «ridurre lo spirito umano alla sola capacità di comunicare oralmente è, semplicemente, una sciocchezza».

 

La riflessione si allarga poi alla società tutta: il continuo richiamo alla dignità, chiosa l’intellettuale, finisce per trasformarsi nell’obbligo di non pesare sugli altri. Così «gli altri finiscono per convincersi che non provi quasi più nulla e possono tranquillamente tornare ai propri affari». Ancora: «Alla fine, la dignità ha una sola funzione. Legittima la pratica costante del più perfetto egoismo».

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martedì 21 luglio 2026

Rémi Brague. «La grande menzogna sul fine vita»


 

Parla il grande intellettuale cattolico dopo il voto francese sul suicidio assistito: «L’Europa ha fatto dell’autonomia un assoluto. Ma la vita non è un diritto da esercitare, piuttosto un dono da accogliere»

 

Maria Acqua Simi

Il 15 luglio scorso l’Assemblea nazionale francese ha approvato una legge sul fine vita che apre per la prima volta in Francia alla possibilità del suicidio assistito. Ne abbiamo parlato con Rémi Brague. Nato a Parigi nel 1947, sposato, quattro figli, è storico del pensiero, professore emerito di Filosofia medievale e araba alla Sorbona, già titolare della cattedra Guardini di Scienza e Storia delle religioni all’Università di Monaco e vincitore del premio Ratzinger per la Teologia nel 2012.

 

Lei ha scritto che le leggi non sono mai moralmente neutrali, ma educano una società. Che cosa dice della nostra civiltà una legge che riconosce l’aiuto a morire come risposta alla sofferenza?

 

La legge è stata votata, ma deve ancora passare davanti al Consiglio costituzionale, investito della questione – fatto eccezionale – sia dal Primo ministro sia dal presidente del Senato. Non mi faccio molte illusioni. Gli interessi economici in gioco sono giganteschi: le cure palliative costano molto più di un’iniezione. Non c’è da stupirsi che le mutue si siano pronunciate a favore dell’eutanasia. Ciò che mi disgusta è che ci venga promesso che tutto sarà “regolamentato” dalla legge. Come se i limiti che ci erano stati promessi per l’aborto (“ci sarà un necessario periodo di riflessione”) e poi per il “matrimonio” omosessuale (niente adozioni, ecc.) non fossero saltati nel giro di poco tempo. Del resto, alcuni sostenitori di questi “progressi” hanno ammesso apertamente di aver semplicemente mentito su questi punti. Ora dicono che sul tema del fine vita si lascerà agli operatori sanitari la “clausola di coscienza”. Benissimo. Ma i media sapranno presto far leva sulle emozioni e dipingere medici e infermieri che rifiutano di praticare l’iniezione liberatrice come carnefici sadici. Promulgare una legge significa molto più che tollerare una pratica in casi eccezionali, perché spesso la gente confonde ciò che la legge permette con ciò che la morale approva. Alcuni oggi arrivano addirittura a dire: «Il bene è ciò che dice la legge». Era l’argomento degli imputati al processo di Norimberga. Una civiltà che riconosce l’aiuto a morire lo fa perché rinuncia alla vita, rinuncia a curare, ad accompagnare il malato fino alla fine. Merita ancora l’appellativo di «civiltà»?

 

A proposito di civiltà: lei ha sostenuto che la civiltà europea nasce dall’idea che l’uomo riceve la propria esistenza come un dono prima ancora che come una scelta. Se oggi, al contrario, prevale l’idea secondo cui è l’uomo a decidere quando una vita meriti di essere vissuta e quando possa essere interrotta, che cosa resta di questa eredità?

 

Che la vita sia ricevuta senza che la si possa scegliere è un’evidenza antropologica, anzi biologica. Nessuno ha mai scelto di nascere. Che essa ci sia donata da un principio benevolo, la Natura o il Creatore, e non semplicemente imposta da “quel bruto o quel mascalzone che ha fatto il mondo” come diceva il poeta Alfred Housman, è un atto di fede. Senza di esso, come ha scritto Lévinas in Totalità e infinito, «la nascita non scelta e impossibile da scegliere è il grande dramma del pensiero contemporaneo».

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lunedì 20 luglio 2026

venerdì 17 luglio 2026

Fine vita, la preoccupazione della Chiesa in Francia

 


Fine vita, la preoccupazione della Chiesa in Francia


Il duro comunicato della Conferenza episcopale francese, firmato dal suo presidente cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia, e dai suoi vice, dopo l’approvazione alla Camera della legge sul diritto al suicidio assistito. E l’intervista di Vatican News al portavoce della Cef, Mathieu Rougé, pastore di Nanterre

 

17.07.2026

Jean-Charles Putzolu

L’aula dell’Assemblea Nazionale, la camera bassa del Parlamento francese (©Ansa/Telmo Pinto/SOPA Images via ZUMA Press Wire)

Ha espresso rammarico la Chiesa in Francia, ieri sera, mercoledì 15 luglio, dopo l’approvazione definitiva da parte dell’Assemblea Nazionale della legge sul diritto al suicidio assistito. Rammarico per una scelta che rompe la lunga tradizione di cura e la vocazione ad alleviare la sofferenza e accompagnare ogni persona fino alla fine naturale della sua esistenza. I vescovi hanno ricordato la loro partecipazione al dialogo sul tema nel dibattito degli ultimi quattro anni, sottolineando la secolare esperienza della Chiesa nell’accompagnare i malati e le loro famiglie. Secondo i presuli, gli effetti di tale legislazione modificheranno il rapporto con la vulnerabilità, la vecchiaia, la disabilità e la malattia. Tuttavia l’episcopato francese non si arrende: “La storia non è finita”, affermano. “Rimangono aperte numerose vie legali”, spiega ai media vaticani il vescovo Mathieu Rougé, pastore di Nanterre e portavoce della Conferenza Episcopale francese (CEF) sulle questioni del fine vita.

 

Eccellenza, riguardo alla clausola di coscienza prevista dalla nuova legge, come funziona per le istituzioni cattoliche?

 

La legge, così come approvata, include una clausola di obiezione di coscienza per i medici. Tuttavia, è deplorevole che non includa una clausola di obiezione di coscienza per i farmacisti che, nei casi di suicidio assistito a domicilio, saranno costretti a fungere da depositari della sostanza letale. D’altra parte l’aspetto più preoccupante, al di là del semplice fatto di autorizzare il suicidio assistito, è che le istituzioni - il cui statuto etico o la cui storia religiosa condannano la pratica dell’eutanasia - saranno obbligate a fornirla. Questa non è una clausola di obiezione di coscienza perché la coscienza è una questione personale. È un requisito istituzionale...

 

Continua a leggere l’intervista su Vatican News

 

 

IL COMUNICATO DELLA CONFERENZA EPISCOPALE FRANCESE

 

Approvata la legge sul fine vita: di fronte a una scelta che segna una rottura con il passato, rinnoviamo il nostro impegno al servizio della vita

 

Il 15 luglio 2026 segna una svolta profonda nella storia del nostro Paese. Scegliendo di legalizzare l'eutanasia e il suicidio assistito, il legislatore ha sancito nell'ordinamento francese la possibilità di provocare la morte. Tale scelta rompe con la tradizione di cura di lunga data, la cui vocazione è alleviare la sofferenza e accompagnare ogni persona fino alla fine naturale della propria vita.

 

Negli ultimi quattro anni, insieme ai vescovi di Francia, abbiamo partecipato con serietà e responsabilità al dibattito sul fine vita, esprimendo le nostre convinzioni e dialogando con tutte le parti in causa. Forti dell'esperienza secolare della Chiesa nell'assistenza ai malati, ai morenti e alle loro famiglie, abbiamo ritenuto fondamentale condividere le nostre riflessioni sulla dignità di ogni vita umana. Il Presidente della Repubblica aveva promesso un dibattito sereno, informato e rispettoso; tuttavia, è evidente che interessi politici, ideologici e — senza dubbio — economici, celati dietro un linguaggio ingannevole, hanno vanificato tale intento. Una questione così vitale per il nostro patto sociale avrebbe meritato una piena valutazione delle conseguenze umane, mediche, etiche e sociali dell'eutanasia e del suicidio assistito.

 

Non è ancora possibile misurare l'impatto complessivo di tale normativa, sebbene se ne delineino già i contorni. Il nostro rapporto con la vulnerabilità, la vecchiaia, la disabilità e la malattia cambierà. I legami di fiducia tra le generazioni — così come quelli tra operatori sanitari, pazienti e famiglie — verranno erosi e la percezione sociale della fragilità ne risulterà distorta. È probabile che a pagarne il prezzo più alto siano i più poveri: gli anziani in condizioni di precarietà, non volendo essere un peso per figli o nipoti, potrebbero sentirsi spinti a porre fine alla propria vita. Inoltre, l'esperienza di altri Paesi dimostra che i criteri di accesso alla morte assistita tendono inevitabilmente ad ampliarsi, a scapito delle cure palliative.

 

Al di là della semplice disapprovazione, questo voto del 15 luglio ci chiama a un rinnovato impegno – accanto a famiglie, operatori sanitari, volontari, caregiver informali, associazioni e cappellani – per testimoniare che un’altra strada è possibile: una strada fatta di presenza costante e cura premurosa che allevia la sofferenza fisica o psicologica, senza mai abbandonare nessuno.

 

La Conferenza Episcopale di Francia esprime la propria profonda gratitudine a tutti coloro che, giorno dopo giorno, si dedicano ai malati, alle persone con disabilità, agli anziani e a chi si trova nella fase finale della vita. Incoraggia inoltre le istituzioni sanitarie cattoliche a rendere fedele testimonianza all'impegno etico fondamentale di rispettare i valori umani essenziali, astenendosi da azioni chiaramente illecite sul piano morale, in riconoscimento della dignità di ogni vita umana.

 

Infine, la Conferenza seguirà con attenzione i ricorsi annunciati presso il Consiglio Costituzionale, così come i contributi delle associazioni, per garantire il rispetto degli standard etici, in particolare nelle strutture dedicate alle cure di fine vita che escludono il ricorso all'eutanasia o al suicidio assistito.

 

I cattolici in Francia continueranno, insieme a tanti altri uomini e donne di buona volontà – credenti e non – a servire la vita. Lo faranno animati dalla ferma speranza offerta dal Vangelo, senza rassegnazione né spirito di scontro, convinti che la grandezza di una società non risieda nell'infliggere la morte ai più vulnerabili o nel permettere loro di togliersi la vita, bensì nell'accompagnarli fino alla fine attraverso una fraternità autentica. Poiché il Cristo in cui credono è venuto affinché il mondo abbia la vita.

 

cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia, presidente della Conferenza episcopale francese

arcivescovo Vincenzo Jordy di Tours, vicepresidente della Conferenza episcopale francese

vescovo Benoît Bertrand di Pontoise, vicepresidente della Conferenza episcopale francese

 

Leggi il comunicato della Cef in francese